mercoledì 29 agosto 2012

CAPITOLO II: L’ultima condanna a morte



L’ultimo processo contro un alchimista fu istruito a Venezia, il martedì grasso dell’anno 1888, lo stesso in cui Jack “the ripper” mieté le sue 5 vittime a Londra. Fu grottesco. Esso si tenne dinanzi a una foltissima folla, ignara di tutto. Fu una specie di sfida boriosa, che per un vezzo inutile, rischiava di mettere in pericolo la segretezza perseguita in modo così maniacale dal gruppo, e, con ciò, addirittura di far perdere la vita di centinaia di persone. Qualora infatti agli alchimisti fosse venuto in mente che qualcuno dei presenti avesse avuto idea, o intuito, di cosa si trattava in realtà, non avrebbero esitato a ucciderli tutti, pur di evitare rischi. Una decisione delle solite, assurda, come tante altre, del Fante di Coppe. Per fortuna loro nessuno dei presenti seppe mai, o intuì, di cosa si trattava e pensarono solo di assistere a una buffissima farsa in cui un ragazzino imberbe, pieno di spocchia, e dalla loquacità non comune vista l’età, giudicava un anziano colpevole, secondo l’accusa, impersonata da un uomo vigoroso e forte, sui cinquanta anni, e con accento dell’est, di essersi fatto rubare qualcosa di prezioso. Una preziosa ricetta di cucina, da quanto si poteva evincere. Il fatto che egli cercasse di non essere condannato per il furto subito (e non uno realizzato), di qualcosa di poco conto (una ricetta appunto), unito a quello che un giovanetto fosse, indiscutibilmente, la più alta autorità in mezzo a una giuria di persone tutte più anziane di lui, faceva morire dal ridere una platea divertita da questo mondo al contrario. Su un lato della piazza, a ridosso di un muro, era stata eretta una tribuna, su di essa, al centro, occupando lo scranno più alto e stupendamente fregiato, il giovane. Egli era considerato la persona di maggior saggezza e appellato “eminentissimo”. Sedute a semicerchio, con contegno solenne, altre figure vestite in modo sfarzoso, ma sinistro, una ventina, molti con lunghe barbe, e gli occhi piccoli e rugosi, non parlavano, ma ascoltavano con attenzione, al massimo annuendo, o scuotendo il capo di tanto in tanto, o emettendo un brontolio, durante i passaggi più interessanti della difesa o dell’accusa. Il pubblico si divertiva e rideva a sentire il giovane giudice rivolgersi all’imputato, decrepito e dalla lunga barba, con aspetto venerando, in modo inquisitorio e irriverente. Formulava domande con un tono irrispettoso ed incalzante, dandogli ripetutamente dell’imbecille e dell’incompetente, e quello balbettava vergognosamente vaghe scuse, farneticando in preda al terrore e alla confusione mentale, ammettendo, lui per primo, la sua cialtroneria. Il processo era più una umiliazione pubblica che altro, e andò avanti per ore, di notte, su una piazza illuminata da lanterne colorate, dove pure era posto un alto patibolo, con una ghigliottina che “pareva vera”. Nel frattempo, attorno, impazzava il carnevale e gente spensierata e allegra si baciava in pubblico, urlava e scherzava gioviale e volgare.
Alla fine, l’anziano fu condannato a morte e la sentenza letta lentamente, in latino, da una voce baritonale di enorme fascino e solennità, che richiamò in modo perentorio l’attenzione degli occasionali spettatori. Tutti ammutolirono mentre il giudice si alzava in piedi per dare l’ordine dell’esecuzione, che fu eseguito immediatamente, sul posto, tra le urla implacabili e il panico orribile dell’anziano dalla lunga barba, che si dissolveva stridente tra il silenzio, incredulo e un po’ sgomento di chi era vicino alla scena ed era rimasto inquietato dalla verosimiglianza della disperazione del morituro, e le risate di un pubblico sbronzo e festante più lontano e disattento, o sperso tra giochi e amenità per tutto il resto della piazza e dei vicoli limitrofi. D’improvviso un fortissimo scroscio di pioggia gelida sorprese tutti, proprio poco prima che la mano malferma e anziana di un altro alchimista, mascherato con un lungo becco da corvo, facesse cadere la pesante lama e la testa rotolasse. Il pubblico, distratto dall’improvvido cambiamento climatico, abbandonò di corsa e urlante il posto senza soffermarsi sul finale della supposta farsa, e sul fatto che il capo, caduto nel cesto di crusca, non fosse finto. Settimane dopo dei barcaioli trovarono un corpo senza vita e col capo mozzo in un canale. Si indagò, ma nessuno ricollegò l’accaduto al processo carnascialesco, anche perché il corpo non era corrotto e pareva essere deceduto il giorno stesso. Non se ne venne a capo. Lo inumarono senza la testa, che non fu mai trovata.
L’anziano giustiziato aveva una prodigiosa abilità per alcune branche dell’alchimia, anche se non era in possesso di una formula di immortalità di gran pregio. Aveva l’aspetto di un ottuagenario, e secondo la leggenda, s’era imbattuto secoli prima con un elisir che lo faceva vivere in eterno, quasi per caso, mentre si dedicava alla sua specialità prediletta. Difatti aveva creato già molte fiale con spiriti intelligenti, vapori parlanti, anime estratte da elementi della natura e poi intrappolate in ampolle o cristalli, con le quali dialogava spesso e che interrogava sulle origini, la composizione e le sorti dell’universo. Era anche un erudito demonologo che interrogava spiriti antichi e spesso malvagi. All’inizio della sua carriera aveva iniziato studiando i procedimenti per costruire un Golem, questa era la grande passione della sua esistenza. Aveva sempre raggiunto eccellenti risultati, poi aveva notato gli effetti di quella sostanza che non lo faceva invecchiare più, ed aveva deciso di fabbricarla ed assumerla costantemente, cambiando il suo proposito originario, che voleva seguire i ritmi della natura, per l’insorgere in lui di un acuto e implacabile terrore della morte. C’è da credere che dai suoi dialoghi con gli spiriti della Natura non avesse ricevuto buone notizie e avesse saputo di un destino che lo atterriva, ma non lo rivelò mai a nessuno. Neppure il giorno del processo disse cose precise, farfugliò solo incoerenze e allusioni che non convinsero nessuno della necessità di una assoluzione e meno che mai il crudele giudice. Il miglior argomento a sua difesa fu il terrore con cui reagì alla lettura della sua condanna, e gli strattoni e pianti, le grida e le suppliche che si spensero solo sul filo della mannaia. Lasciò tutti sgomenti, tranne il giudice, che rise di gusto e tutti dietro a lui, forse per piaggeria, mentre la pioggia li batteva impietosa come la ghigliottina.
Il fatto è che essendo molto anziano, dopo vari secoli di vani tentativi per perfezionare la sua formula dell’elisir di lunga vita, si era messo, ed era riuscito, a fabbricare un famiglio che lo aiutasse nei lavori domestici e anche nella preparazione della sua ricetta, che per sua disgrazia doveva assumente settimanalmente e tardava parecchi giorni a preparare. Pur andando avanti da almeno due secoli, sperimentando in condizioni massacranti, chiuso nel laboratorio, a volte per giorni interi, senza uscire mai, dormiva e mangiava lì, non aveva trovato migliorie significative, anzi nulle. Il famiglio era stato creato coi mezzi a disposizione nella bottega e nel giardino accanto, ricco di argilla, ma non aveva le forze per maneggiare molto materiale, né la possibilità di acquistarne e accumularne, riuscendo al contempo a seguire la sua ricetta d’immortalità.
Perciò si limitò a raccogliere, in faticose e varie sedute, un piccolo ammasso di creta (si suppone dal colore dell’essere e la conformazione geologica della terra che lo circondava, ma il procedimento corretto lo sapeva solo lui) e ne fece un piccolo e bitorzoluto servitore, dai denti radi, la testa sproporzionata. Un famiglio resistente, ma di braccia e gambe corte, un’intelligenza che sfociava più sulla furbizia che altro. Un essere del genere ha una aspettativa di vita di qualche decennio, lo fece in modo tale che gli prendesse un infarto secco a un certo punto, così da non essere costretto alla sua soppressione, dato che di accudirlo in agonia non se ne parlava di certo. L’esserino era molto servile, ed utile, ma dopo anni di schiavitù, iniziò, curiosamente, a pensare con una certa autonomia, si era scottato varie volte in laboratorio, sapeva bene cosa fosse il dolore, forse ne aveva fatto tesoro, e si era posto domande. Aveva fabbricato di tutto, anche oro, era molto destro, aveva visto, in varie occasioni, cosa si può ottenere da esso, perché era lui a realizzare le commissioni per il padrone, e, soprattutto, aveva visto, girando per il mercato mentre faceva le compere, che con esso si può addirittura ottenere l’amore delle donne e la loro compagnia. Non c’era cosa che desiderasse e lo incuriosisse di più. Aveva una tale attrazione verso le donne, che ne chiedeva spesso notizie al vecchio padrone, ma quello, dopo delle prime spiegazioni, si irritava per l’insistenza del piccolo, che gli faceva tornare in mente bei ricordi (e brutti pure) ma in ogni caso gli ricordava che egli, ora, così come stava messo, non avrebbe potuto andare con una di loro. Gli promise comunque che se lo avesse aiutato bene lo avrebbe ricompensato e sarebbero andati entrambi a donne, a spese sue. Quello lavorò ancora più alacremente, ma il tempo passava, i risultati non arrivavano, anno dopo anno, il maestro era divenuto persino più scorbutico e distante dalle sue petulanti richieste. Il maestro non moriva, ma lui stava diventando vecchio, sentiva già qualche acciacco, a volte si appisolava, fantasticava, e invece di andarsene in giro, come era solito fare da giovane, quando il maestro parlava coi suoi spiriti, che trovava oltremodo noiosi, una parola ogni quarto d’ora, col tempo, aveva iniziato ad origliare. Anche lui aveva ascoltato qualcosa di spaventoso allora, tanto che una notte forzò la sua natura fino a riuscire a fare qualcosa di incredibile per lui, che da quando era nato era sempre stato, come era stato creato per essere, così succube e fedele al padrone. Di soppiatto, mentre il vecchio dormiva, gli rubò la ricetta che fabbricava da mattino a sera e da sera a mattino. Poi assunse il farmaco della vita eterna. Avrebbe saputo rifarla ad occhi chiusi ora! Al giorno seguente il vegliardo si trovò da solo. Notò che alcune carte erano sottosopra, capì che il servitore aveva appreso quello che gli mancava per essere autonomo nella preparazione del farmaco e se l’era svignata. Per paura di essere incriminato e processato fece la scelta più sbagliata, tacque del furto, sperando che i rimorsi e la fedeltà con cui lo aveva plasmato e legato, lo facessero tornare da lui, ma ciò non avvenne mai. Il piccoletto anzi ormai godeva della vita che aveva sempre sognato, autonomo, lavorava a ritmo suo, senza attendere le lungaggini del vecchio, fabbricava la sostanza, la proponeva in dialoghi riservati, la faceva provare per un po’, poi si faceva pagare da clienti entusiasti. Col molto danaro che aveva ottenuto aveva cambiato vita, ormai era ben vestito, cappotto, stivaletti, cappello, il barbiere gli pettinava i capelli radi, e lo impomatava per bene, le donne adoravano la sua generosità, andavano spesso con lui, ed egli era ben considerato ed apprezzato. 
In poco tempo, però, la situazione per la segretezza dell’elisir, era enormemente peggiorata, e quando gli alchimisti ne ebbero notizia, si capì immediatamente la gravità della stessa: essa pareva essere sul punto di sfuggire di mano. Un tale, un tipo piccolo e gobbo, con un testone calvo, i denti radi e una faccia da lacchè, affermava di avere un elisir che mantiene sempre giovani. Poteva essere una bufala delle solite, ma il tizio chiedeva cifre esorbitanti per il prodotto, era schivo e si rivolgeva casa per casa solo a borghesi ricchi, nobili, aristocratici, cosa che insospettì i componenti del Circolo e li spinse ad indagare. Uno di loro ebbe notizia di questa storia da un nobile che frequentava fingendo la sua vita normale, gli si accapponò la pelle e volle vederci chiaro, riferì immediatamente tutto agli altri. In breve scoprirono la verità. Furono implacabili. Il famiglio sotto tortura dovette meticolosamente rivelare tutto: motivazioni, scopi, fatti, e soprattutto a quanti soggetti avesse venduto il prodotto e a quanti ne avesse parlato. Questi soggetti furono uccisi tutti, poi si realizzarono altre ricerche per sapere se il ladro avesse omesso di dire qualcosa di significativo. Nonostante non uscisse alcuna nuova, il Circolo decise di sterminare comunque anche tutti coloro che avevano avuto contatti, di ogni genere, con l’improvvisato alchimista. In un breve arco di tempo furono avvelenate una trentina di persone, la maggior parte appartenente alla ricca borghesia o alla nobiltà. Morirono tutti all’istante, quindi nessuno di loro aveva assunto la sostanza. Il famiglio, quando si ritenne che era stata fatta piazza pulita di coloro che potevano sapere o sospettare qualcosa, fu giustiziato, ma la sua morte fu, insensatamente, lenta e dolorosa, e sempre per scelta autonoma dell’alchimista di più alto grado. Insensatamente perché le sue sofferenze non potevano spaventare, né fungere da deterrente verso nessuno, dato che tutto fu realizzato nella massima segretezza. Solo poi il vecchio fu processato e decapitato.

CAPITOLO I: Gli Alchimisti Immortali

Vorrei realizzare una serie di racconti su un unico tema, è da tempo che pensavo di metterci mano e propongo qui le prime bozze di questo nuovo lavoro che spero di poter sviluppare adeguatamente in futuro. 




PREMESSA (e spiegazioni propedeutiche)
Sto per rivelare informazioni ignote a chiunque e secondo alcuni non dovrei farlo. Mi riterranno un traditore, ma non mi importa. Comunque sia è molto probabile che chi leggerà lo scritto non crederà al suo contenuto e lo relegherà tra le fantasie, quindi il danno sarebbe alla fin fine esiguo. Ciò nonostante per me significherebbe quantomeno un processo, e non è da escludersi una condanna, e questo anche se non metterò in pericolo nessun mio collega, e non farò alcun nome, né darò piste che possano portare all’identificazione di chicchessia. Il riserbo in cui è relegato il mondo a cui anche io appartengo, ha qualcosa di davvero sinistro e l’imposizione che si subisce da secoli è per me divenuta intollerabile. Non ho mai avuto la minima simpatia per la maggior parte dei miei colleghi e ho deciso di ribellarmi alle loro regole miserabili e violente. Mi chiamano “La Temperanza”, per mantenere l’anonimato userò questo nome, cosa che non ho mai fatto, e parlerò di me in terza persona, raccontando da esterno tutte le vicende, anche quelle che ho vissuto direttamente.



L’obiettivo sommo, per gli alchimisti, anche se, come è noto, non l’unico, è raggiungere l’immortalità. Possibilmente accompagnata dall’eterna giovinezza. Traguardo massimo per l’essere umano. Checché se ne possa pensare, alcuni di loro ci sono riusciti e non esiste un unico modo per arrivarci. A seconda del cammino intrapreso, i risultati, gli effetti, possono differire anche di molto.

Ancor più sorprendentemente, non tutti gli alchimisti sono ossessionati da questo scopo, alcuni ritengono, infatti, che non saprebbero sopportare una vita perpetua, e anche quando sarebbero in grado di conseguire tale risultato, preferiscono seguire i ritmi della natura.

Gli alchimisti oggi in possesso di una formula del genere sono oltre un paio di dozzine, ma non si può escludere con certezza che ci siano nuovi o persino vecchi appartenenti al gruppo finora sconosciuti.

Essi, in genere, ma non necessariamente, si conoscono e riconoscono tra loro, (e solo tra di loro) anche e banalmente perché, avendo un interesse comune, non è raro che si incontrino nei pochi posti dove esso può essere coltivato seriamente, per esempio determinate biblioteche. Il fatto di vedere taluni volti ripetutamente nel corso di decenni, e poi il vederli riapparire per il mondo pressoché immutati nel corso di secoli, dissipa ogni dubbio rispetto al fatto che i soggetti a cui appartengono siano riusciti nel loro scopo. Questa identificazione è possibile con certezza solo a chi abbia una vita eterna, gli altri molto difficilmente possono accorgersi di qualcosa.

Ogni alchimista ha, ovviamente, a disposizione solo l’arco della propria vita per raggiungere il traguardo. È quindi ovvio che, la maggior parte di chi si cimenta, fallisce e muore prima di approssimarsi a un risultato che gli dia, quantomeno, il tempo necessario per proseguire e perfezionare le scoperte.

Tutti gli alchimisti, anche quelli di maggior successo, continuano, nei secoli, a studiare, posto che nessuno ha una ricetta che sia immune da miglioramenti. E devono, inoltre, occuparsi delle sorti successive alla fine del mondo e della storia umana, questione che li occupa e preoccupa in modo angosciante.

Benché studino e ricerchino in genere alacremente e con impegno per tutta l’esistenza, raggiunto il traguardo principale, non pubblicano più nessuno dei loro risultati, quindi le uniche fonti a disposizione di chi intraprende il cammino ex novo, sono solo studi anteriori alla realizzazione dell’opera e mai testi che ne illustrino uno dei vari procedimenti completi. Ciascuno deve arrivare da sé al risultato cercato, iniziando, tutto sommato, dagli studi di chi ha fallito o non ha completato.

Tutte le culture del globo hanno alchimisti, ma non tutte hanno un alchimista immortale nelle loro file, alcuni posti, invece, hanno una concentrazione straordinariamente maggiore di essi. Ciò dovrebbe dipendere unicamente da questioni culturali e dal fatto che i testi lì a disposizione, o l’interesse generale, vuoi per la materia, vuoi per l’ottenimento dell’immortalità, sono maggiori che in altri posti.

Ogni alchimista segue il suo personale percorso e metodo per la fabbricazione di ciò che gli conferisce il dono dell’immortalità, cosa che parrebbe portare alla creazione degli oggetti o delle sostanze più disparate: cristalli, liquidi da ingerire o dove immergersi, creme, maschere, fuochi, polveri, persino luoghi, e altro ancora, ma non può a priori escludersi che alcuni di loro abbiano trovato, autonomamente, un procedimento comune, o analogo, per ottenere il prodotto finito che permette loro di vivere in eterno.

Comunque sia nessun immortale sa nulla di specifico e preciso riguardo alle tecniche degli altri, posto che assolutamente tutti conservano il più maniacale e assoluto riserbo sui loro metodi e non ne parlano con nessuno, neppure con i colleghi. I meno abili non hanno nulla da dire a quelli più abili, e questi nessun vantaggio ad ascoltarli e tantomeno ad insegnare.

Un alchimista, in genere, vive attanagliato da molte paure.

La reciproca conoscenza, tra alchimisti di diverso rango e fortuna, non suppone rischi per chi più sa, poiché chi più sa è al contempo più forte di chi sa meno, non può quindi subire un attacco da essi o essere costretto a rivelare quello che sappia con la violenza. In genere essi sono comunque estremamente diffidenti anche tra loro.  

Le differenze tra alchimisti dipendono solo dal fatto che i risultati ultimi possono variare anche di molto quanto a effetti e potere e ogni formula può darne di più o meno estesi. Le ricette migliori conferiscono immortalità e ringiovanimento graduabile a piacere dall’alchimista, addirittura di adottare forme a piacimento. Le altre hanno limiti maggiori: alcune permettono di ringiovanire con meno facilità e discrezione, altre non permettono praticamente il ringiovanimento, ma solo una sostanziale stasi del deterioramento della materia.

Ad ogni modo va precisato che una vera formula d’immortalità non frena meramente l’invecchiamento allungando la vita, ma inverte il deterioramento progressivo del fisico, anche se di poco, e riporta l’organismo a uno stato anteriore a quello in cui si trova. Se non c’è questo effetto, anche qualora la scoperta porti una sostanziale e definitiva immutabilità della persona, egli non potrà affermare di aver raggiunto una formula valida e non sarà a pieno titolo nel gruppo degli alchimisti immortali. Avrà comunque il vantaggio di un, addirittura pressoché infinito, serbatoio di tempo per continuare le sue ricerche. Di ricette dubbie ce ne sono varie, ma non c’è chiarezza rispetto ad esse.

Pochissimi alchimisti vivono eternamente e con aspetto giovane, i più possono proseguire la loro esistenza in modo perpetuo conservando approssimativamente l’aspetto di quando hanno completato la ricetta, senza invecchiare di un giorno (o meglio ringiovanendo di pochissimo ogni volta che facciano uso della loro scoperta). Per questo la maggior parte degli alchimisti sogliono essere anziani, o addirittura decrepiti, di aspetto. In genere infatti per ottenere dei risultati apprezzabili ci vogliono decenni interi di sperimentazioni, ed è raro il caso di chi sia approdato all’immortalità, anche se non alla eterna giovinezza, ad una età compresa tra i trenta e i sessanta anni, e comunque mai sotto i trenta.

Da ciò si deduce che i migliori alchimisti, e quindi i più importanti e prestigiosi, hanno aspetto di ragazzi e non di anziani. Un alchimista maturo, ma non anziano, avrà il vanto, su questi ultimi, di essere approdato al raggiungimento della vita eterna in un arco di studi più breve che gli altri, benché anche loro con il limite di non aver trovato la formula che comprenda il ringiovanimento.

Si deduce che essere giovani, nel loro gruppo, è comunque segno di maggiore prestigio e rispetto.

Gli alchimisti in possesso della formula più completa hanno quindi aspetto di ragazzi, vivono in un arco di vita di solito compreso tra i sedici e i trenta anni, poi tornano indietro, più o meno a piacimento, anche lì a seconda delle loro abilità e della facilità d’uso del loro ritrovato. Alcuni possono, più o meno, assumere l’aspetto che preferiscono a piacimento.

Gli alchimisti più giovani hanno anche il vantaggio di poter usare meno frequentemente il procedimento o il farmaco per la vita eterna, posto che possono far trascorrere molti anni e maturare restando in forze e poi decidere di tornare al punto che preferiscano del loro sviluppo. I più decrepiti, invece, posso aver bisogno di usare la loro formula mensilmente e persino settimanalmente.

La formula non è assunta una sola volta e per sempre nella vita, ma l’operazione deve essere ripetuta a scadenze che possono però variare di molto, da intervalli di poche settimane a secoli.

Un alchimista non si dedica solo all’immortalità, ma, nel corso dei secoli, e a seconda delle sue doti, sviluppa anche altre scoperte, tra cui soprattutto trasmutazione degli elementi.

Tutti gli alchimisti sono, per tendenza tipica causata dalla loro scoperta, estremamente edonisti ed egoisti, e per questo non salvano nessun altro essere, tranne loro stessi, dalla morte: non vorrebbero mai correre il rischio di rinunciare alla loro comodità personale per il bene di nessuno. Ma solo i migliori spendono la vita in modo pressoché spensierato e davvero piacevole. Molti sono, infatti, costretti a una serva e continua elaborazione della loro ricetta, cosa che limita molto la loro capacità di azione, movimento e libertà, nonché salute mentale. È per questo che la formula è da giudicarsi migliore, oltre che per l’effetto che sviluppa, anche per una più breve e snella elaborazione e facilità d’uso.

Alcuni anziani, vuoi anche per difficoltà fisiche, devono stare costantemente all’opera per non perdere la propria vita, e alcuni sono da secoli alla ricerca di miglioramenti che permettano loro di ringiovanire progressivamente sino a uno stato che li metta fuori pericolo, ma non li trovano. Essi sono molto scherniti dagli alchimisti di maggior successo e talento, che li vedono come dei miserabili e degli imbecilli, relegati a una perenne esistenza da “schiavi dei fornelli” (così vengono chiamati). Costoro a volte non vengono neppure presi in considerazione e interpellati qualora ci sia da prendere una decisone comune.

Un alchimista può essere ucciso e decedere come qualunque altro essere umano, è solo molto più resistente alla morte, vecchi compresi. È necessario un forte trauma per farlo fuori: taglio della testa per esempio. Possiede doti eccezionali come una sorprendente resistenza al soffocamento o l’annegamento, ed è del tutto immune ai veleni e alle contaminazioni.

Nel caso degli alchimisti giovani il loro vigore è straordinario, posto che la formula suole, in genere, conferire al corpo il miglior tono che esso sia programmato ad avere.

Con la conquista dell’immortalità, per una inspiegabile tendenza insita forse nel processo stesso, l’alchimista diviene terrorizzato dalla possibilità di perdere la propria vita, e questa assume un valore mille volte maggiore di quello, già incommensurabile, che ha per ogni essere umano. Ogni alchimista, quindi, protegge se e la sua vita in un modo che ha del maniacale o paranoico e con ogni mezzo e da ogni cosa. Questo pensiero lo assilla costantemente ed evita ogni tipo di rischio inutile in modo pressoché fobico. Non è neppure pensabile che un alchimista immortale si sacrifichi per nessuna ragione, causa, ideale, sentimento.

Oltre alla vita un alchimista è un maniaco conservatore della sua integrità fisica, giacché, seppure la ricetta lo rigenera in modo anche stupefacente da cicatrici, bruciature, ferite e rotture, nel corso dei secoli, l’accumularsi di quelle troppo profonde per rigenerarsi, lo renderebbero inguardabile e sofferente.

L’esorbitante importanza della propria vita per un immortale lo spinge, al contempo, a sottostimare quella degli altri esseri umani, che ormai vede come distanti e appartenenti a un’altra specie animale. E per salvare la sua vita o evitare che venga messa in pericolo sono, in genere, ben disposti a ricorrere all’omicidio. Alcuni lo sono anche per mere convenienze di minor importanza.

Un alchimista immortale desidera non dare nell’occhio e non far appurare a nessuno la propria identità, che assume e varia insieme al paese e ai luoghi di residenza in modo da non destare sospetti e a piacimento.

Evitano di dover entrare in luoghi, tipo prigioni, dove potrebbero essere costretti a spendere molti anni e forse anche correre il rischio di essere scoperti dai mortali e magari costretti a svelare la formula.

Essendo soggetti alle leggi fisiche comuni agli esseri umani, evitano anche di infilarsi in luoghi quali grotte o sommergibili, dove potrebbero correre il rischio di essere confinati per eoni e non riuscire a uscire, o addirittura di morire a causa dell’impossibilità di realizzare la ricetta per il ringiovanimento qualora ciò si rendesse necessario. 

Un alchimista non parla mai a nessuno di nulla che concerna la propria formula, tiene tutto quello che la riguarda occulto, e soprattutto il fatto di averla e spesso anche che esista la possibilità di ottenerla. La loro reticenza a diffondere, anche tra loro, le proprie scoperte è motivata da varie ragioni. I più pragmatici, ma forse anche ipocriti, confessano solo che non gli conviene che la situazione scappi di mano e siano in molti ad accedere a questi segreti, posto che, altrimenti, temono che presto si troverebbero immersi in un’umanità sconfinata che non potrebbe avere posto e sopravvivere con un minimo di agio sul pianeta. Il che vanificherebbe lo scopo delle loro ricerche e creerebbe una situazione infernale per tutti. Più conoscono una cosa più rischi ci sono che essa si diffonda. Ma altra parte della verità è che agli alchimisti piace sentirsi superiori agli altri.

Difatti, sebbene per la stretta sopravvivenza un alchimista non abbia bisogno, ma anche qui ci sono variabili legate al grado qualitativo della formula scoperta, di null’altro per sopravvivere che degli ingredienti necessari a portare avanti il proprio procedimento alchemico, (non hanno, per dirla chiaramente, nessuna necessità di mangiare e bere o dormire, per esempio) continuano a svolgere quotidianamente tali attività mondane per puro edonismo o estetica e non vorrebbero mai rinunciarvi per salvare degli appartenenti alla razza umana.

In effetti assolutamente tutti gli alchimisti sono sconfinatamente egoisti, e per ciascuno di loro l’unica cosa che conta, è la loro formula segreta che, tutti, hanno scopeto in solitudine perfetta e con fatiche tali da aver segnato per sempre il funzionamento della loro psiche. Ciò abilita in loro solo un diffidente e distante rispetto per chi sia arrivato allo stesso traguardo e per nessun altro. Praticamente tutti gli alchimisti che approdino alla scoperta reagiscono istantaneamente allo stesso modo: chiudendosi al resto degli esseri umani.

La loro maniacale e esagerata diffidenza per il genere umano, la superbia, e un certo disprezzo più o meno velato per tutti coloro che non abbiano raggiunto la formula, e persino da parte di quelli che sono in possesso di migliori ricette verso coloro che ne hanno di peggiori, delinea un comportamento e un modo di ragionare e vedere il mondo, tipico dell’alchimista. Egli inoltre, in genere, non ama più nessuno, non ha amici o relazioni stabili, e meno che mai tra gli umani, sapendo che dovrebbe subire il distacco a proprie spese o dover optare per infrangere il proposito di non diffondere e condividere con nessuno i risultati della formula.

Tra l’opzione di lasciar morire un amico, un fratello o l’amata della prima vita mortale e quella di salvarli condividendo gli effetti del risultato (sempre beninteso senza mai svelare la formula), pare che mai, nessuno abbia scelto la seconda opzione, ma ci sono storie discordanti e leggendarie. In ogni caso se ciò si verificasse e l’alchimista decidesse di salvare qualcuno, l’amico o l’amata, sarebbero in eterno assolutamente dipendenti delle abilità del loro alchimista di riferimento, cosa che, si immagina, nel volgere di qualche secolo porterebbe, e sempre e solo qualora la relazione non si deteriorasse in modo irrimediabile e loro non venissero abbandonati al loro destino mortale, il non alchimista a essere più un servo di lui che altro.

Svelare la formula è invece vietato e comporta la morte sia del beneficato che dell’alchimista.

La propensione, non solo ad isolarsi ed essere oltremodo schivi col resto del genere umano, ma anche a sfruttarlo o usarlo unicamente con fini utilitaristici (produrre beni di consumo, servirli, copulare), è maggiore in chi ha scoperto una formula in epoche più risalenti. Difatti seppure tutti gli alchimisti “valgono uguale”, posto che hanno solo l’arco di una vita per trovare la formula e quindi tutti hanno raggiunto un risultato analogo in modi e tempi analoghi, è certo che coloro che continuano a vivere oggi da epoche più antiche sfruttano la loro scoperta da più tempo e si sono “disumanizzati” da più tempo e più profondamente.

Sarebbe però un errore pensare che il processo sia progressivo ed inarrestabile: arrivati ad un certo punto tutti si stabilizzano e si può pensare che, verosimilmente, non ci sarebbero differenze tra un ipotetico alchimista dell’antico Egitto, uno romano, e probabilmente già oggi, uno napoleonico.

È per questo che pur non essendoci una “società di alchimisti” vera e propria, salvo quanto specificato oltre, tra loro non vigono criteri di superiorità o prestigio basati su “anzianità storiche”, ma solo una sorta di rango creato in base all’accuratezza e l’effetto della formula.

Tra l’altro, riguardo all’anzianità, c’è da dire che un alchimista è e rimane un essere umano, e con ciò le sue capacità mnemoniche, pensiero, capacità fisiche, seppur tenute sempre al suo massimo livello e rinnovate costantemente dall’uso della ricetta, rimangono limitate, sicché essi perdono, col passo del tempo, in modo pressoché completo, la memoria di epoche molto distanti e ovviamente persino di identità che, in esse, loro stessi abbiano adottato, nonché di persone conosciute, avvenimenti occorsi e tutto il resto. La consapevolezza di questo processo di oblio rende, soprattutto i più antichi, oltremodo compassati e poco propensi all’entusiasmo e all’emotività.

Sebbene gli alchimisti non solo non si frequentino assiduamente e non sono legati, in genere, da vincoli di amicizia o solidarietà speciali, ma non abbiano neppure chiaro essi stessi il loro numero esatto, col tempo s’è creato una specie di “Circolo” al quale molti di loro hanno aderito.

Esso si riunisce solo in determinati casi o ciclicamente ogni molti anni, e l’unico scopo di esso è quello di controllarsi gli uni agli altri in modo da assicurarsi che nessun alchimista conosciuto, appartenente al circolo o meno, faccia dono mai della propria formula a nessuno. La pena per chi svela o riceve la ricetta è la morte, ed essa è comminata da una giuria del circolo e dal suo presidente. Fino ad ora sia il Circolo, sia, quando non era ancora stato istituito, altri alchimisti sciolti, hanno sempre scongiurato ogni rischio e represso infrazioni.

Il fatto di entrare in possesso della formula per altra via che non siano le ricerche personali, vale a dire sia per dono che per furto per esempio, comporta la soppressione fisica immediata del non alchimista sia quale sia la sua storia, ricchezza, fama, prestigio, sesso, o circostanza, e un processo per l’alchimista, qualora sia il circolo ad intervenire, o l’uccisione sommaria di lui da parte di un collega che sia a conoscenza dei fatti, se gli riesce.

Anche chi si fa rubare la formula risponde di una grave colpa secondo le regole del Circolo, e ciò stimola anche la segretezza e prudenza. Non è però considerato illecito evitare la propria soppressione fisica svelando la formula, posto che la vita è il bene sommo e non è pensabile che essa venga sacrificata, ma si giudicherà invece la ragione che ha permesso a qualcuno di ricattare l’alchimista, minacciarlo e estorcergli il segreto.   

Va da se che qualora un mortale entri in possesso della formula per una via che non sia la propria ricerca personale deve essere soppresso, cosa della quale si incarica sempre il Circolo. Va soppresso anche chi ruba solo il prodotto finito e non saprebbe rifarlo, anche qualora esso gli conferisse solo un prolungamento della vita, dato che, come detto, non è ancora mai stata trovata una formula che salvi dalla morte in una unica assunzione.

Tra gli alchimisti gira la voce e il sospetto che alcuni di essi potrebbero non essere i diretti scopritori della formula, ma persone che hanno soppresso il legittimo proprietario e ne hanno appreso ed usurpato i segreti. Quindi tutti si guardano con diffidenza, ma specialmente sono visti con sfiducia coloro che appartenevano a famiglie ricche e nobili, dato che avrebbero potuto pagare le ricerche e poi appropriarsi dei risultati senza dare scampo al vero alchimista. Questa diceria circonda soprattutto uno di essi, un nobile napoletano del diciottesimo secolo.

La ragione della loro maniacale contrarietà ad allargare il molto esiguo gruppo di eletti, neppure dando piste o suggerimenti a coloro che stanno studiando sulla loro formula, e neppure con persone di fiducia o amate, è motivata anche dal fatto che, secondo una comune opinione, chi entrasse a conoscenza delle stessa senza il necessario percorso e la relativa serie inaudita di sforzi, sacrifici e sofferenze, non darebbe il giusto peso ad essa e in breve la voce correrebbe e gli immortali diventerebbero presto un numero così spropositato da rendere il pianeta invivibile. Ciò forse non avverrebbe mai, ma loro hanno la fobia di questo scenario, dato che vivere sarebbe una sofferenza, l’accaparramento di alcuni degli ingredienti necessari impossibile, e paradossalmente sarebbero costretti a rinunciare all’unica cosa a cui tengono: la vita.

Non tutti gli alchimisti aderiscono al Circolo. Alcuni, anche di quelli di maggior rango, almeno due dei più importanti e altri quattro più anziani, ma validissimi, ne restano fuori e diffidano di questo sodalizio e dei suoi presupposti specie dopo il cambiamento del 1500. Lo fanno per ragioni anche opposte: alcuni sono meno ostili verso l’umanità e i loro ex fratelli, altri ancora più schivi della media, credono di non aver bisogno di nessuno e di potersela cavare da soli, o sono troppo misantropi o superbi per sopportare vincoli.

Comunque gli immortali del Circolo hanno da tempo istituito l’usanza di contrassegnare ogni alchimista, dentro o fuori del sodalizio, con una carta dei tarocchi. Essa viene estratta dall’interessato da un antico mazzo e qualora il soggetto si rifiuti di prendere parte al rito, la si estrae per lui lo stesso e viene chiamato col nome della carta anche contro la sua volontà.

La carta dell’alchimista che muore viene rimessa nel mazzo e può essere estratta di nuovo, in tal caso il nuovo possessore prende il suffisso di secondo, terzo e così via. Le carte oggi assegnate sono 27 delle 78. Una leggenda senza fondamento alcuno dice che quando il numero di immortali sarà quello di tutte le carte del mazzo, il mondo finirà e gli alchimisti con lui, a meno che non abbiano trovato altre formule per vivere fuori dal mondo.

Tra gli alchimisti non ci sono donne.

La provenienza geografica degli alchimisti è varia, dei 27: (ci si riferisce al nome attuale del posto di origine anche se non sempre è certo, o l’aria geografica è oltremodo vasta. Ci sono spesso indicazioni vaghe su tutto) 6 sono italiani (uno viene però dal Nuovo Mondo), 5 mediorientali, 2 africani, 2 ebrei, 2 spagnoli, 1 tedesco, 1 islandese, 1 scandinavo, 1 inglese, 1 scozzese, 1 irlandese, 1 russo 1 cinese, 1 indiano, 1 ceco. Di essi 21 appartengono al circolo e 6 no. Dei sei 2 sono giovani e 4 no. Dei 2 giovani uno è italiano e sono io. Dei 5 più maturi un altro è italiano, ha l’aspetto di un quarantenne ed è un nobile napoletano.

Il più antico è l’africano, ma non è tra i più giovani, il secondo il cinese, il terzo un arabo (di parecchio meno antico degli altri due e non appartiene al Circolo), il quarto, della stessa epoca del terzo, è un ebreo. Spesso non si sanno le epoche precise, specie dei più antichi, che sono persone oltremodo schive e infide. Loro quattro non possono vantare, da questo punto di vista, benemerenze particolari tranne per il fatto di aver scoperto la loro ricetta molto tempo fa e con tecniche e strumenti assai rudimentali e di avere un’idea più approfondita della storia degli alchimisti. Infatti essendo sulla terra da molto tempo hanno una visione più dettagliata della storia degli immortali e su di essa: quanti e quali sono morti e perché, quanti processi si sono tenuti e dove, quanti dispersi, quanti omicidi, conoscono decine o centinaia di storie ed episodi del genere tra i più antichi. Tuttavia le storie non sono verificabili, e molte affondano nella leggenda. Hanno appunti (come ogni alchimista), altrimenti non ricorderebbero molto delle epoche remote. Li tengono nascosti e ne parlano di rado e solo su richiesta motivata, per rendersi preziosi e necessari.

Il più recente è il tedesco, diventato immortale durante al seconda guerra mondiale, ha una formula di eccellente potenza.

Il leader del Circolo è un italiano con aspetto da ragazzo, considerato “recente”, è del 1500, prima di questa epoca si è considerati “antichi”. Nel 1500 ci furono importanti cambiamenti nella società alchemica.

Solo in un caso due della stessa famiglia e epoca sono riusciti entrambi ad arrivare a un risultato comune, erano due fratelli italiani del tredicesimo secolo, uno dei due è morto.

Le 27 carte estratte sono (per ordine di potenza della formula):
1.  Il fante di coppe: (il leader, italiano, ragazzo, formula recente 1500 c.)
2.  Il cavallo di bastoni: (tedesco, ragazzo, formula recente 1940 c.)
3. Il quattro di danari: (inglese, giovane, formula recente inizio 1900)  
4.   Il sei di spade: (cinese,  maturo, antico)
5.   Il cavallo di coppe: (russo, mezza età, antico)
6.   Il re di danari II: (ceco, mezza età avanzata, formula recente)
7.   Il matto: (mediorientale – Turco, anziano, antico)
8.   Il cinque di bastoni: (mediorientale- Arabia, mezza età avanzata, antico)
9.    Il dieci di coppe: (mediorientale- Marocco, anziano non troppo, antico)
10.  L’otto di bastoni: (mediorientale- Caucaso, anziano, recente)
11.  Il due di danari: (italiano, anziano, antico)
12.  Il due di spade: (italiano, anziano, antico)
13.  L’imperatrice: (scandinavo, anziano, recente)
14.  Il fante di danari: (ebreo, anziano, antico)
15.  Il due di bastoni: (africano, anziano, formula antica)
Da qui in poi gli alchimisti sono davvero molto anziani o decrepiti:
16.  La torre  (indiano)
17.  L’appeso (africano)
18.  Le stelle (italiano)
19.  Il bagatto (scozzese)
20.  Il tre di spade (ebreo)
21.  Il sei di spade (spagnolo)

Fuori dal Circolo, e senza aver accettato il nome rimangono:
22.  La temperanza: (italiano, giovane, formula antica)
23.  L’asso di bastoni (irlandese, giovane, recente 1700 c.)
24.   L’asso di cuori (italiano, mezza età, formula recente)
25.  Il cinque di danari (arabo, non troppo vecchio, antico)
26.  Il nove di bastoni (islandese, anziano, antico)
27.  Il cavallo di coppe (spagnolo, non troppo vecchio, formula non recente 1400 c.)

A quanto pare sono morti, o stati uccisi, circa dieci alchimisti immortali nel corso della storia umana. Di almeno cinque soppressioni possiamo essere sicuri, anche se alcune circostanze potrebbero essere leggendarie. I processi conosciuti sono diversi, quelli con condanne a morte solo 3. I dispersi dati per morti sono 5 circa. Le persone entrate in possesso della formula senza diritto e successivamente soppresse sono una decina, attualmente non ci sono carichi pendenti. Gli umani uccisi dagli alchimisti per tutelarsi o proteggersi sono innumerevoli.

Un solo alchimista si è suicidato nella storia del mondo. 

giovedì 26 luglio 2012

SPEDIZIONE AL CASTELLO (Racconto basato su nuove fonti su Vlad Țepeș)



Premessa.
È necessario formulare delle puntualizzazioni in merito al racconto che segue, ispirato a fatti realmente accaduti. Un recente esame di carte non ancora diffusamente studiate, proveniente da un archivio di fonti dirette, solo recentemente rinvenuto, sulla figura storica del celeberrimo Vlad III di Valacchia, il famoso Vlad Țepeș, personaggio da cui notoriamente è stato tratto quello letterario di Dracula, ha fatto emergere, tra molto altro materiale, una lettera estremamente interessante. Essa, priva di data, ma probabilmente risalente al 1459, è al vaglio degli studiosi e sono in corso ricerche piuttosto complesse.
Ho avuto il privilegio di poter apprende i primi ed immediati risultati degli accertamenti, ed entrare in possesso di una traduzione della stessa, per intercessione di un amico a conoscenza del mio interesse per temi così orridi. Egli è un ricercatore universitario nel gruppo di studi diretto scopritore del reperto storico, partecipa in una collaborazione tra due università inglesi e quella di Bratislava e mi ha chiesto di non comparire direttamente.
È sorto tra noi un intenso carteggio sul rinvenimento e sul contenuto della lettera e, se fossi chiamato a dire la mia su quanto egli mi dato a conoscere, direi che, oltre alla storia in se, qui di seguito narrata, essa è davvero raccapricciante, incuriosisce e sorprende come dai dati in esame traspaia una inedita versione del personaggio finora conosciuto di Vlad.
Il famigerato guerriero e despota, smisuratamente crudele, dato questo arcinoto e leggendario, parrebbe essere stato anche incline ad affrontare temi di ordine generale in modo pressoché speculativo filosofico e con certo grado di astrazione, interessato alla ricerca di principi e motivazioni sistematiche sul comportamento umano, oltre che invaso da inquietudini esistenziali. Tutto ciò per quanto, ben’inteso, portasse avanti tali temi in modo del tutto eccentrico e assolutamente deviato.
L'oggetto di studio da parte del gruppo di ricerca è la lettera stessa, appunto, mai inviata dal suo redattore, e che, da una prima ricostruzione, probabilmente fu intercettata e rimase al maniero dove Vlad viveva in quel tempo e da dove dirigeva le sue campagne di contenimento dell'Impero Ottomano.
Essa fu redatta da un emissario di un piccolo regno limitrofo ed era destinata a sua moglie. Si ignora, e si stanno facendo ricerche meticolose in proposito, se il carteggio fosse stato più esteso, ma per ora ciò pare potersi escludere.
Fu scritta con grafia a tratti malferma, molto rapida e minuscola, nella notte anteriore alla partenza da quel luogo che egli stesso definisce: “maledetto ed abitato da orrori ineguagliabili”.
La missiva è, tutto sommato, in buono stato, leggibile nella sua gran parte, e, la prosa, piuttosto scorrevole ed elegante, fa pensare ad un estensore di grande preparazione ed intelligenza, educato, colto, di doti eccellenti, specie se si considerano la giovane età e le orrende circostanze in cui si trovava nel frangente in cui essa fu redatta.
A tali circostanze, ed al terrore che ne derivò, devono probabilmente attribuirsi le occasionali brusche interruzioni di tema, i salti o le reiterazioni non necessarie di alcuni concetti, che verranno omessi nella storia proposta a continuazione.
Lo scritto è praticamente privo di correzioni e cancellature, probabilmente fu vergato di getto nell'arco di poche ore, su di un unico foglio quadrato, trovato aperto, di dimensioni piuttosto grandi poi piegato e chiuso con spago e cera lacca. Si sta studiando per far emergere tutti i dati che contiene e, ove sia possibile, i riferimenti e rintracciarne i fili. Nel frattempo mi sono permesso di formulare una proposta personale tutta da verificare.
Eviterò di riportare tecnicismi e alcuni passaggi, verosimilmente i più importanti ed interessanti dal punto di vista storico-aneddotico, relativi a identità e provenienza dei personaggi implicati nella vicenda, anche perché non sono del tutto chiari i dati anagrafici di ciascuno. E neppure del tutto chiarita dovrebbe essere l'intera e penosa vicenda vissuta dal gentiluomo, sul quale e sulla cui storia personale, il mio amico, con altri, ha iniziato una ricerca specifica che s’è già rivelata tanto fruttifera quanto bizzarra e tristemente interessante. La parte finale del racconto andrà quindi verificata.
Qui di seguito propongo perciò una ricostruzione il più attinente possibile ai dati fattuali in possesso sino al momento, di avvenimenti probabilmente occorsi al malcapitato redattore della missiva oggetto di studi, ma completati da aggiunte provenienti solo dalla mia fantasia. Ribadisco pertanto che, nonostante l’interesse del mio amico per la ricostruzione della storia come da me praticata, quanto segue non ha alcun valore storiografico e non ha nessun vincolo con l’ambiente accademico e i relativi studi che si stanno portando avanti.
Le numerose frasi poste in virgolettato e corsivo sono comunque attinte in modo diretto dalla scrittura in esame

Una possibile ricostruzione degli avvenimenti.
Durante alcuni periodi particolarmente caldi dal punto di vista bellico, vari Regni, Stati o Feudi confinanti con quello retto da Vlad, sia importanti e piuttosto estesi, così come più piccoli e di minor momento, erano usi mandare dei loro ambasciatori ed emissari a conferire con lui per informarsi sulla politica e le intenzioni militari di costui. Ciò col fine di stipulare accordi o alleanze, formulare richieste o offrire appoggi, e curare tutto ciò che concerne diplomazia e relazioni vicinali in una zona calda e dal futuro incerto.
L'estrema crudeltà e mancanza di umanità del personaggio erano risapute, quand'anche, da quanto più volte emerso da numerosi testi, molti dei diplomatici inviati, così come, si spera per la salvezza delle loro anime, di coloro che lì li inviarono, ne misconoscevano le esatte proporzioni, i contorni e l'estensione.
Orbene, in una delle spedizioni diplomatiche che vennero realizzate a quel tempo si trovarono a coincidere (non si sa se intenzionalmente, né, invero, quali e quante di preciso) nel castello varie delegazioni contemporaneamente. Il famoso condottiero cristiano fece sapere agli ambasciatori che li avrebbe ospitati per tre giorni e due notti, avendo così il tempo di illustrare ad essi cosa tornare a riferire ai loro rispettivi luoghi di origine su come intendesse portare avanti la sua lotta ai turchi e di cosa avesse bisogno allo scopo.
L'autore della nostra lettera, un rampollo di buona famiglia ben educato e indirizzato alla carriera militare, pur avendo ascoltato molte storie sul personaggio che avrebbe visitato, il testo lo dice chiaro e tondo, aveva, si deduce, accettato il prestigioso incarico di ambasciatore ignorando completamente sia lo stato mentale e la personalità esatta del condottiero, sia il panorama in cui si sarebbe trovato una volta giunto là.
Si riesce ad immaginare con certo grado di approssimazione anche che un incarico del genere, evitato da tutti, fosse stato affidatogli proprio in virtù della sua giovane età, nonché del poco potere che aveva al momento la sua famiglia, e che lui lo accettò, probabilmente alquanto raggirato, solo in considerazione delle benemerenze e del lustro che esso incarico gli avrebbe procurato sulla sua carriera futura.
Il giovane narra dello stupore con cui dovette apprendere che, all'approssimarsi alla destinazione, le persone che lo servivano, del posto o forestiere che fossero, lo abbandonarono in un villaggio ed egli, come pare fosse ormai prassi, fu mandato a prendere da un servitore del castello dove giunse completamente solo.
Avvicinandosi racconta dell’accorato malessere e dello sgomento con i quali notò che l'aria si faceva via via sempre più spessa e irrespirabile e che, inorridito, approssimandosi ancora alla destinazione, dovette contemplare, tra le brume e le foschie del luogo, “centinaia e centinaia di pali che trafiggevano esseri umani e sporadicamente anche bestie”.
È nota l'abitudine ossessiva di Vlad per l'impalamento, fatto che probabilmente il nostro non ignorava del tutto, ciononostante egli narra, delle specifiche circostanze in cui era venuto a trovarsi, come di qualcosa che “per estensione e quantità era del tutto inaspettato e superava di gran lunga ogni immaginazione sui peggiori orrori che la mia mente avrebbe mai potuto concepire”.
Una volta nel castello, sia il tanfo di escrementi e cadavere, sia i penosi lamenti di persone ancora in agonia, “facevano tremare le gambe e disegnavano una smorfia di nausea e malessere su tutti i presenti che non fossero del posto”.
I vari ambasciatori furono ricevuti insieme ed accolti con sobria cerimoniosità dal padrone di casa. Il tratto e i fraseggi, intercorsi tra i diplomatici e la nobiltà del posto, erano involti in una serie di cortesi modali che assumevano i contorni dell'assurdo e del grottesco, nella circostanza specifica, posto che assolutamente nessuno dei presenti si sentiva a proprio agio e che tutti erano enormemente turbati per lo scenario che si era palesato e “il cui orrore pareva amplificato proprio dal procedere del cerimoniale di accoglienza stesso”.
Essendo stati però avvisati della “estrema permalosità” del personaggio che andavano a visitare, ed essendo portati, dallo spettacolo macabro in cui erano immersi, a temere, forse anche per istinto, ritorsioni, di certo “intimiditi dalla distesa di cadaveri e morituri”, e infine impressionati anche dalla “solerzia angosciata e terrorizzata dei servitori” nella realizzazione di ogni loro attività, nessuno osò dire una parola, né accennare al minimo segno di disgusto o disagio.
Il Signore del posto invitò tutti a cenare con lui quella stessa sera, e ciascuno acconsentì “con mostre di falsissima gratitudine”. Solo uno di loro, che si giustificò adducendo la stanchezza del viaggio a causa della grande distanza del suo luogo di provenienza, la salute alquanto malferma, ed una serie di ragioni più o meno fragili, ma imbellettate da una elegante oratoria e una cortesia a dir poco impeccabile, declinò l’invito e gli fu concesso di ritirarsi. Il nobile, con fare pragmatico e militaresco, non insistette oltre e tutti gli altri “parvero invidiare quello scaltro collega che aveva avuto la presenza di spirito di manifestare ed ottenere quello che ognuno di loro pure avrebbe voluto per se”.
A cena il tiranno ringraziò gli ospiti della loro presenza e della compagnia che gli regalavano, “gradita almeno quanto infrequente in tale numero”. Probabilmente erano presenti cinque persone, se si comprende l’assente “giustificato”. Con una retorica fine, ma priva di bellurie, affermò infatti di essere “uomo solitario, ed eccellente nelle sole doti militari”. Purtroppo, ammise, a volte inadatto ad una troppo sviluppata vita sociale, circostanza di cui era il primo a dolersi. Così parlando, per il tono, l'affabilità, l'eleganza marziale, a tutti parve “un guerriero stupendamente educato, fermo e leale, dalla mente del tutto coerente ed ordinata”.
Egli proseguì illustrando temi che accomunavano le sorti ed erano di interesse per tutti i presenti, riguardo alla situazione militare, lo stato politico e bellico delle terre di confine ed una serie di questioni geopolitiche a strategiche complesse e magnificamente sviscerate in una sintesi asciutta e perfetta. Nell'illustrare il tutto con tanta competenza e precisione, “parve persona di doti e arguzia infinite, consapevole di ogni implicazione ed anche vagamente stanco del suo duro ruolo costantemente legato al conflitto in lande di confine”. Disse di aver dimenticato che potesse esserci una vita priva di battaglie, sangue e morte, ma che quello era il ruolo che la Provvidenza gli aveva assegnato in vita, e che lo avrebbe svolto al meglio e fino alle estreme conseguenze, in esecuzione dei piani divini.
Mentre parlava in modo tanto impeccabile, di tanto in tanto, tuttavia, si levavano e raggiungevano la sala alti lamenti e grida raccapriccianti, che ricordavano a tutti da quali atrocità erano circondati. Il nobile militare, a volte parendo consapevole, ma non turbato, dalla situazione di disagio di chi non era abituato alla permanenza al castello, proseguì manifestando la necessità di esercitare in modo tanto plateale e crudo la fermezza, essendo egli l'unico vero baluardo contro nemici fanatici, che lo superavano in numero di molte volte e disposti anche loro a tutto. La fornitura di un senso strategico militare, vale a dire ”razionale”, pur nella sua estrema crudezza, di quanto aveva fatto inorridire ciascuno degli stranieri all'approssimarsi al castello, parve far tirare un sospiro di sollievo agli stessi, o per lo meno, il nostro racconta di essersi sentito “lì per lì sollevato”.
Prima di iniziare a desinare, dopo un acuto urlo straziante e spaventoso proveniente dall'esterno, che gelò il sangue di tutti, il padrone di casa concluse dicendosi dispiaciuto dell'assenza di uno di loro, “che attende in altro loco”, e manifestò il suo disappunto affermando, velatamente contrariato, di non gradire le perdite di tempo e l’essere costretto a ripetere più volte le stesse tediose storie. Durante la cena i servitori erano di una silenziosità e celerità impressionanti e sembrava che, quando il padrone ne guardava qualcuno, ciascuno di loro facesse di tutto per uscire di scena e dalla sua vista il prima possibile, ma non ci furono incidenti di sorta.
La serata andò avanti senza intoppi e, per il giorno seguente, Vlad dispose un giro mattiniero per le terre circostanti il castello al fine di discutere di politica e di diplomazia, “senza prendere alla leggera tali temi e senza distaccarsi troppo dalla crudele realtà quotidiana in cui, immerso, era costantemente costretto a prendere dolorose decisioni”.
Poco dopo l’alba la colazione fu servita all'aperto nel cortile del maniero, prima di uscire per quella “ricognizione che nessuno avrebbe voluto realizzare”. Mancava di nuovo l'ambasciatore del giorno anteriore, ma, per paura di essere inopportuni, ed anche per “essere indotti dall'atmosfera in cui erano immersi, a pensieri lugubri”, nessuno chiese di lui, né l’ospite accennò all'argomento.
Quella mattina però tra la servitù serpeggiava certo percepibile terrore. Un domestico, probabilmente di origine turca e preso in prigionia, era tanto terrorizzato che, vuoi anche per il clima freddo, non riusciva ad evitare di tremare e si notava che, mentre teneva il vassoio d'argento in mano, doveva fare uno sforzo immane per non rovesciare qualcuno dei contenitori che vi poggiavano. “Tale e tanto era il tremore che il metallo ed i cristalli posti vicini tintinnavano senza posa”.
Durante una lunga pausa di silenzio assoluto quei rumori divennero evidentissimi. Il padrone si rivolse al domestico in prima persona, direttamente, chiedendo se qualcosa di specifico lo turbasse e quello per lo spavento, nell'ansia di dover concepire una risposta, iniziò un'incomprensibile e angoscioso balbettio. Il padrone incalzandolo a rispondere aumentava il suo terrore e la conseguente incapacità a destreggiarsi. La scena era orribile, il poveraccio fece una pena infinita a tutti, non gli fu possibile articolare una sola frase di senso compiuto, ma nello sforzo rovesciò un paio di bicchieri. Al che il despota si imbestialì e ordinò che lo portassero via, coprendolo di improperi. Poi chiese agli ospiti di scusare il malcapitato per la sua goffaggine, aggiungendo che da quell'incidente sarebbe nata però l'occasione di spiegar loro, con maggiore chiarezza, il suo ruolo e il senso della sua presenza nel mondo.
Sicché si avventurarono al di fuori delle mura, dove iniziava una distesa apparentemente sterminata di impalati. All’aprirsi dei cancelli, “tutti erano già piuttosto turbati dal temperamento dell'ospite, dalla brusca virata del suo contegno, e dalle ipotetiche conseguenze delle sue parole, ma senza dubbio l'attenzione andò tutta ai malcapitati vittime delle terribili esecuzioni per impalamento”.
Alcuni dei pali trafiggevano carogne ormai decomposte, ridotte quasi a scheletri, preda di agenti atmosferici e uccelli, altri cadaveri erano più recenti, a volte nudi, gonfi, scuri, ed alcuni pali dovevano attraversare persone ancora in vita, posto che si udivano “benché flebili, piuttosto di rado e senza poterne stabilire la sicura provenienza”, gemiti, lamenti di ogni sorta. In ogni caso i corpi erano in tal quantità che occasionalmente il sangue “gocciava sulle delegazioni, forse trasportato dal vento o dai becchi dei corvi, come piovesse dal cielo”. C’erano pali molto alti, ma in altri i corpi erano quasi ad altezza d'uomo, con la testa dei trafitti poco più su di quella dei passanti. Nella maggior parte dei casi il palo usciva da una scapola, e il capo pendeva insanguinato da un lato, ma ad uno sguardo attento si vedevano “decine e decine di variazioni della tecnica di impalamento, che non dovevano essere casuali, e che di certo avevano conseguenze raccapriccianti sulla dolorosità del trattamento e la durata dell’agonia”.
Gli ambasciatori, tranne il giovane “curioso seppur terrorizzato”, cercavano di evitare di guardare i dettagli. Avevano assunto una strana smorfia degli occhi e del viso nel tentativo di ridurre la loro percezione e in preda al raccapriccio, mentre il condottiero pareva tranquillo e a suo agio in quell’ambiente. Tutti, comunque, preferivano porre lo sguardo su di lui, “con un maldestro e vile sorriso che pareva un ghigno ipocrita”, piuttosto che sul panorama circostante ed egli camminava soldatescamente, scortato da un piccolo manipolo di quattro enormi guardie armate in modo appariscente e ricco. Procedeva come se cercasse un punto determinato della radura.
Raggiunsero un piccolo gruppo di persone, e “diradatasi la foschia, riconobbero tra altri soldati di stazza particolarmente robusta anche loro e volti spietati e inespressivi, il malcapitato servitore balbuziente”. “A tutti fu immediatamente chiaro che avrebbero assistito a una esecuzione, spettacolo che ognuno avrebbe voluto evitare di contemplare e che riempì tutti di accorata angoscia”. D’altra parte, tranne il giovane, gli altri tre emissari presenti erano dei diplomatici professionisti, “di età più o meno avanzata, dediti ad opere di concetto e non d’arme”.
Vlad asserì che per capire il mondo nulla supera l’esperienza diretta, e che veder morire una persona per impalamento era dunque l’esperienza che ciascuno che voglia parlare di guerra e di questioni militari deve vivere direttamente, a meno che non voglia cianciare a sproposito e dar fiato al vento. Fino a lì nessuno mosse un dito, protestò o disse neppure una parola su quanto stava per succedere. Tutti erano semplicemente agghiacciati e spiacevolmente sorpresi dalla piega delle circostanze e parevano ammutoliti e incapaci di decidere che atteggiamento assumere.
Quando fu dato il comando di procedere, il servitore, che fino ad allora era inginocchiato e singhiozzava spaventato e rassegnato, ebbe una sorta di repentino sussulto. Il suo carnefice, probabilmente il capo delle esecuzioni, “con una smorfia beffardamente crudele disse ai presenti, tra ghigni vari dei commilitoni, che sempre succedeva lo stesso e che gli esseri umani sono tutti eguali”. Il poveraccio urlava ora in preda al panico, chiedendo di non venire ucciso, e si dimenava, con un vigore e una disperazione tali, che già solo quello spettacolo turbava oltre misura la platea. I soldati non avevano invero difficoltà alcuna a tenerlo fermo, ma a volte “pareva che lo facessero dimenare alquanto solo per dargli crudeli false speranze” e giocare sulla sua morte.
Nel volger di un tempo che parve brevissimo agli spettatori, i nerboruti gendarmi erano inesorabilmente riusciti a inserire saldamente il palo nel corpo della vittima e ad ergerlo verticale nonostante gli immani sforzi di questo per cercare una via di scampo. Il tronco era unto e scivolava lentamente dentro la vittima che stringeva forte i pugni contratto in una agghiacciante smorfia di dolore, “incordando ogni muscolo fino allo spasmo come se così facendo potesse espellere il palo o evitare che gli scivolasse dentro”. I soldati, invece, parevano attenti a indirizzarlo in modo che seguisse un percorso determinato che non lesionasse organi vitali cosa che avrebbe accorciato l’atroce agonia che lo aspettava.
Vlad pareva soddisfatto del lavoro dei suoi uomini. Tranne i militari e il giovane, che, credendo fosse la miglior soluzione, dissimulava l’orrore “attingendo con ogni forza la sua imperturbabilità dal contegno proprio della lunga educazione militare ricevuta”, gli altri parevano evidentemente invasi dall’orrore più intenso: “chi si mordeva una mano nervosamente, chi stringeva i pugni e rimaneva rigido su se stesso, chi contorceva le mani e si toccava freneticamente il volto sudato ed imbarazzato senza riuscire ad avere posa”. Le urla di terrore erano atroci. Il capannello di spettatori seguì scosso e taciturno il despota che, con le guardie, si allontanò dal posto fino a un punto dove le stesse fossero ancora udibili, ma non preponderanti.
Gli aveva dato quel che meritava, fu l’affermazione del signore, “uno incapace di essere utile perfino come domestico come potrebbe mai giustificare lo spreco di risorse che si realizza per la sua sussistenza in questo mondo?” Poi facendo mostra di dirigersi allegramente all’impalato, e insultatolo per essere un infedele, lo scherniva dicendogli che il palo che gli sarebbe presto uscito dalla bocca serviva a non fargliela usare ancora a sproposito, come stava facendo ora con quelle urla da maiale, dopo che non era stato in grado di usarla quando gli era stato richiesto. Questa affermazione fu detta con tale disprezzo per la vita umana e con tale cinismo provocatorio, che gli altri ambasciatori, che già si notavano molto turbati, parvero in procinto di ribattere qualcosa, ma nessuno si mosse.
Il nostro giovane invece riusciva, anche se con estrema fatica, a mantenere una apparente calma e di certo non avrebbe, anche per rispetto dell’età degli altri, osato dire neppure una parola lui per primo.
Vlad aggiunse una descrizione della sorte del malcapitato, dicendo che “quell’inutile porco infedele sarebbe rimasto vivo probabilmente per un altro paio di giorni, avendo tra dolori e sofferenze indicibili, forse anche tempo per pensare in che diverso modo avrebbe dovuto condurre la sua lurida vita”. A nessuno che si ritrovi di morire in tal maniera potrebbe mai venire in mente che la vita vissuta sino ad allora sia valsa la pena. L’ultimo tassello di essa ne diviene, senza dubbio, la parte più rilevante, l’unica davvero importante, cancella tutto il resto ed ogni gioia e piacere, rende evidente che sarebbe stato meglio, per lui, non essere mai nato. Nessuno pensa mai, mentre vive, che potrebbe finire in quel modo, ma questa diviene la realtà per una infinità di persone, e quando questo accade, e realizzano di non avere scampo, tutti reagiscono allo stesso modo. Così come nessuno sa di preciso quanto scotti il fuoco, e una volta bruciatosi urla.
A quel punto uno dei presenti, un blando e paffuto cicisbeo di mezza età, parve avere lo stimolo di rimettere, ed il signore del posto lo fulminò con uno sguardo pieno “più che di odio, di disprezzo, o di entrambi in egual misura”, mentre piegato poggiava una mano ad un palo molto alto e ansimava in preda alla nausea e all’orrore.
Vlad iniziò ad illustrare quella che pensava fosse la missione della sua vita. Iniziò con una frase strana, “io non sono che un piccolo dedalo di un immane labirinto voluto e creato da Dio in persona. Un dedalo nel quale il malcapitato che si immetta non troverà alcuna pietà. La missione a me riservata è quella di spargere tutto il dolore e la sofferenza che io possa verso il prossimo ed io a questa vocazione risponderò senza posa. Il luogo che io rappresento dell’immane città divina è il peggiore, la mia missione vincere e far trionfare il volere di Dio, e per questo ho necessità di persone che non abbiano compassione come non la ho io. Su qualcuno deve ricadere questo compito, per liberare da esso le coscienze degli altri esseri umani, ed è su me che la mano di Dio conta. Attraverso di me agisce sul mondo, compiendo quello che ha già stabilito e scritto nella notte dei tempi e che io non posso modificare. Ho bisogno solo di persone come me, per portare a compimento l’inesorabile volontà della sua mente onnisciente. Per questo non sopporterò mai la viltà ovunque la veda, e per questo chi di tale debolezza è macchiato non potrà mai essere a salvo da me né potrà mai servirmi o aiutarmi in nessun modo ”.
Aggiunse che tutti potevano biasimare a piacimento la sua guerra e la sua missione, ma che al contempo tutti se ne avvantaggiavano. Si industriavano a blandirlo offrendogli appoggi ed aiuti che non gli erano utili, mentre in cuor loro albergava la falsità e l’ipocrisia e lo disprezzavano quando erano nelle loro case. Ma il dolore è come ogni altro strumento, e lui sapeva solo usarlo con sapienza e disinvoltura.
Dopo il suo discorso macabro e delirante Vlad indicò ai suoi uomini l’emissario che aveva avuto il mancamento prima che egli iniziasse a parlare. Loro lo afferrarono mentre quello, incredulo sul fatto che avrebbe seguito la stessa sorte di tutti coloro che lo circondavano, ricordava all’ospite non solo i suoi doveri come tale, ma anche le norme che gli proibivano, in quanto diplomatico e per di più di nobili ascendenti lui stesso, di poter essere attaccato e a maggior ragione essendo un rappresentate di un altro regno in pace col suo. Le parole gli uscivano freneticamente per la paura che l’esecuzione si realizzasse davvero, ma forse in quel momento non credeva che ciò sarebbe potuto succedere. Non aveva senso! I soldati lo tenevano comunque fermo mentre Vlad lo ascoltava come se stesse riflettendo sulle sue parole ed esse potessero avere un effetto di qualche tipo. Poi, senza modificare di una virgola le disposizioni date, ordinò di procedere affermando che tutte le regole ricordate dal condannato non vigevano lì dove era lui. In quelle terre di confine, così martoriate da una guerra perenne, il concetto di pace era stato smarrito tempo addietro, così come ogni limite e ogni diritto e l’amicizia verso chi si giovava del suo lavoro, mentre comodamente rimaneva inerte e beato lontano da lì.
Quando i soldati iniziarono a manovrare con funi e aste come avevano fatto precedentemente “il malcapitato iniziò a balbettare delle pietosissime suppliche e a piangere disperato e in modo inverecondo, mentre con ogni forza strattonava e si dimenava senza posa. Poi iniziò a urlare in preda al panico”. Lo stesso soldato di prima reiterò che a un certo punto tutti si comportano allo stesso modo, mentre anche Vlad pareva divertito e complice della battuta. Il condannato a morte urlava e implorava di essere ucciso in altro modo, ma il tiranno non lo stava a sentire, e anzi gli diceva caustico solo di smettere di essere così tedioso, mentre quello era già erto sul palo che stava per trafiggerlo.
Uno dei due diplomatici rimasti oltre al ragazzo si fece coraggio e, chiedendo di essere ascoltato, intercesse, parlando in modo egregio, per il suo collega in ambasce, mentre il secondo anche, ma più timidamente, implorava di risparmiargli la vita o almeno concedergli una fine più onorevole e consona ai suoi titoli, se tanto lo aveva offeso il suo contegno. “Il discorso del primo era oltremodo ben costruito, rispettoso, motivato, non poteva in nessun modo essere preso come una offesa o una mancanza di rispetto”, ma solo come una buona applicazione di concetti universali e carità cristiana. Mentre tutti ascoltavano quello che costui aveva da dire l’esecuzione si era fermata. Alla fine della requisitoria tempestiva e sintetica del diplomatico Vlad parlò solo per chiedere ai soldati per quale ragione si fossero rallentati nelle operazioni. Che difatti furono concluse nel volgere di pochi altri secondi. L’intervento dell’altro ambasciatore non era servito che a dare false speranze e allungare l’agonia di chi avrebbe voluto aiutare.
Subito dopo, come il tiranno sostenne lapidariamente, “per ribadire che i concetti illustrati dal suo ospite non avevano lì dove si trovavano il minimo valore e che lui procedeva secondo il suo capriccio, che era anche il capriccio e la volontà di Dio”, ordinò che anche il secondo gentiluomo, quello che aveva parlato così timidamente, e solo in appoggio pedissequo delle splendide idee del primo, fosse impalato. Si ripeté per la terza volta nel volgere di pochissimo tempo, la stessa orripilante scena e il giovane così come aveva fatto anteriormente, né disse una parola, né mosse un muscolo, né diede segno di turbamento, ma scelse, da qui in poi anche strategicamente, di “comportarsi come il più veterano, e rotto a tutto, dei militari”.
Più avanti il ridotto gruppo di persone formato dai due superstiti forestieri, il Signore del posto e le sue guardie, seguito dagli altri forzuti militari muniti di vari pali e funi, trasportati “come si trattasse di oggetti di normale amministrazione”, si fermò di nuovo. Il tiranno affermò di avere un ultimo spettacolo da mostrare agli ospiti e mandò uno di loro del quale aspettarono il ritorno per un po’, a prendere tre donne, una madre e due bambine.
Vlad chiarì che il palo dinanzi al quale stavano era “abitato da un filosofo”, probabilmente un precettore, vista la giovane età, che come altri in passato aveva voluto dargli la sua opinione “sul senso dell’esistenza umana, sulla superiorità della virtù sul vizio, e della mitezza sulla crudeltà”. Egli era stato per tutta risposta messo lì, proprio per dimostragli come se la mitezza fosse utile, non ci sarebbe finito, o ci sarebbe finito qualcun altro, o all’inversa il Grande Vlad sarebbe al posto suo, cosa che di sicuro quel “mite” ora desiderava con tutto se stesso.
Il filosofo, ancora vivo, sicuro non avrebbe mai potuto pensare, ormai che la sua posizione sarebbe potuta peggiorare, giacché stava morendo in tal modo, ma aveva avuto sfortuna, aggiunse l’impalatore. Le sue guardie avevano trovato la sua famiglia prima che egli spirasse e, visto che era ancora cosciente, come una ultima lezione e per fargli avere tutti i dati utili per sapere cosa pensare di esistenza, mitezza e virtù, avrebbe assistito all’impalamento di sua moglie e delle figlie.
Ora sì che avrebbe saputo dire la sua su quali siano e come funzionino le regole della natura, visto con quanta stupida competenza libresca ne andava cianciando. Le vie del Signore sono infinite e certe une è una orrenda disgrazia percorrerle.
I suoi sgherri senza battere ciglio impalarono tutta la povera famigliola. Vlad intinse più volte le mani nel sangue delle tre ultime vittime e lo assaporò. “Anche il sangue ha lo stesso sapore, sia di infedeli che di cristiani, il sangue pure è tutto uguale”, disse.
Raccontare quello che il giovane sentì in quei momenti, tutto l’odio feroce ed il disprezzo per quel mostro, e per i suoi aiutanti, l’indicibile orrore e il solo desiderio di non dover guardare quella scena, non potrebbe mai essere descritto. Egli stesso, tremante dice di non riuscire neppure ad approssimarsi a riferirlo, e di voler solo dimenticare e fuggire da quei pensieri e ricordi. Ma lì dinanzi alla scena, senza volerlo, pur riuscendo ancora una volta a rimanere apparentemente placido e inerte, o forse pietrificato, colto da una sorta di trance, al vedere le figlie piccole uccise in quel modo e ascoltando le loro urla, emise un involontario gemito di pietà. L’altro ambasciatore, invece, era sconvolto e terrorizzato, ma stavolta non accennò a dire una sola parola, o a muovere un muscolo.
Quando ebbero finito, risvegliandosi come da un incubo, si diressero tutti in silenzio, di nuovo verso l’entrata del maniero, entrando dall’altro lato da dove erano usciti, dopo aver compiuto tutto un giro attorno alle mura.
Appena prima di varcare i cancelli Vlad si fermò nuovamente, gettando di nuovo i due superstiti nel panico. Affermò che “il terrore ha un ruolo fondamentale nella sopravvivenza e che è da esso principalmente che le persone riescono a trovare lo stimolo ad andare avanti e a voler sopravvivere a tutti i costi”. “Tutti affermano di essere disposti a sacrificare la loro vita per questo o quello, ma quando arriva il terrore no!” Le più attaccate alla vita sono le persone terrorizzate. E ognuno è sempre e solo terrorizzato per sé e mai per gli altri. Perché nessuno è davvero generoso, tutti vogliono sempre e solo fare bella figura o salvarsi loro. Lui, sì, Vlad era generoso, lui combatteva una guerra giusta e che beneficiava tutti, senza ricavarne null’altro che la intima consapevolezza di essere la lunga e implacabile mano di Dio. Lui era l’unico essere umano generoso che il mondo avesse mai visto. Guardò fisso il diplomatico che aveva fatto il discorso a favore del primo collega condannato. Perché aveva intercesso per il collega? Perché vedeva se stesso in lui! E come mai si era fermato ora e non aveva più parlato, pur dinanzi all’uccisione di una donna e delle sue due bambine? Perché voleva solo salvare la sua pelle ormai! Per egoismo! Perché vista la fine del compagno non se la sentiva di rischiare, cercando di intercedere un’altra volta, con coraggio, in favore della donna e delle ragazzine, anche se in cuor suo reputava orribile la scelta di ucciderle. Ecco quanto valeva la sua pietà e i suoi condivisi valori cristiani di carità! Vigevano solo fino a che non arrivava il terrore per se! Dinanzi a questo terrore, che per lui ora era l’unico vero Dio, persino quello cristiano spariva, si cancellava di colpo, non ne rimaneva traccia. Infedele! Pagano! Neppure dinanzi all’esecuzione spietata di innocenti, parlava. E a vederla sottilmente, pure per egoismo aveva parlato prima, lo aveva fatto solo per guadagnarsi una benemerenza, cercando di far deviare le azioni della mano del Signore, cambiare quello che era già scritto, e pensando di non rischiare nulla di suo a tal fine. Questa arroganza, ma soprattutto questo egoismo erano lamentevoli! No, non avrebbe parlato, se avesse saputo da subito, che la pena per chi mente e cerca di raggirare con vane parole il tiranno è la morte, anzi, quella morte! Vlad, adirato, guardava ambedue i diplomatici “di volta in volta orientando su loro occhi smisuratamente crudeli e folli”, cercando forse un appiglio per decidere sulle loro sorti: se ucciderli, chi dei due o entrambi, chi prima chi dopo, e godendosi il loro terrore prima di dare l’ordine di impalarli. Poi distolse lo sguardo dal giovane, “fissando per lunghi istanti solo l'altro insistentemente, con un volto di abissale ferocia sul quale brillava un ghigno spaventoso e beffardo che l’altro faceva finta di non vedere e di cui fingeva pure di non capire il significato”. Poi fece un fischio e disse ai suoi che era giunta l’ora di terminare il lavoro iniziato.
Lo sventurato aveva già emesso un gemito di terrore, crollando sotto lo sguardo del suo ospite, invaso da paura e a causa della tensione, prima di ascoltare l’ordine di dover essere impalato pure lui. Aveva preso a tremare e piagnucolare. “Evidentemente Iddio pregando di essere risparmiato”. Ma dopo che Vlad si rivolse alle sue guardie, in uno scatto di folle lucidità, cercando una fuga e allontanandosi dal despota, estrasse un pugnale e prima che i militari riuscissero a mettergli le mani addosso cercò di ficcarselo nel cuore lanciandosi su di esso. Per la troppa esitazione, non gli riuscì di realizzare le sue sagge intenzioni e uccidersi. I soldati eseguirono, quindi, gli ordini del loro signore, dicendo al giovane che l’unica soluzione certa per lui sarebbe stata quella di tagliarsi la giugulare, nessuno avrebbe mai potuto fermare l’emorragia.
Vlad apparve piuttosto divertito dallo svolgersi degli avvenimenti e dai commenti dei suoi uomini, come se avessero una lunga serie di esperienze del genere in comune e si rivolse al nostro giovane con una sorta di strana, confidenziale e bonaria arringa, quasi a volergli illustrare un segreto: “il coraggio, vedi, è virtù tanto rara e tanto difficile da trovare che nepure quando si sa che è l'unica cosa che potrebbe salvarti, lo torvi, né per riuscire a mentire e a fingere di averlo, né puoi mentire e fartelo venire dal tuo stesso terrore”. I due entrarono, così, nel castello mentre gli armati rimasero all’esterno con altri.
Da lì in poi Vlad affermò di aver altre cose da fare e che se il giovane preferiva, invece di accompagnarlo, ritirasi, aveva tutto l’agio di farlo. Ma l’altro, pur confuso su quale potesse essere la miglior opzione per non dargli pretesti per essere impalato a sua volta, essendo convinto e tormentato dal fatto che egli avesse notato il suo gemito dinanzi all’esecuzione della famigliola, e sicuro che prima o poi gli avrebbe fatto pagare le conseguenze della sua viltà, cercò di impressionare il condottiero continuando con la recita della sua imperturbabilità accettando di seguirlo.
Durante il resto del giorno, a dispetto del terrore di poter essere giustiziato da un momento all’altro, non accade nulla di degno di nota, almeno confrontandolo con le atrocità vissute fino a quel momento: “la giornata più orripilante della sua esistenza, ormai segnata da quella infausta esperienza”.
Alla fine del secondo giorno, dunque, di tutti gli ambasciatori non rimase che il più giovane e ignaro. L’unico a rientrare al castello, forse grazie a quel suo contegno impassibile, che lo aveva distinto dagli altri, ma più probabilmente per il solo arbitrio del Signore del posto. Magari il giorno dopo, la giornata di impalamenti la avrebbe aperta lui per mostrare a altre delegazioni le regole del posto.
Forse la sua salvezza fino ad allora altro non era che un gioco sadico, come lo erano state le interruzioni e i rallentamenti delle esecuzioni. Di sicuro non poteva sperare di essere lasciato in vita a causa della sua giovane età, già che due bambine molto più giovani di lui erano state fatte impalare senza un battito di palpebra, dinanzi ai loro genitori. Sarebbe perito pure lui, ma se c’era una via di salvezza, essa poteva essere unicamente quella di continuare a mostrare la sua flemma e imperturbabilità da militare. Continuò a fingere di non temere di essere ucciso, conversando con il padrone di casa in tranquillità, entrambi agendo come se in quel giorno di delirio non fosse successo nulla di orrendo, e se gli altri colleghi non avessero perso la vita, e non ci fosse nulla di cui preoccuparsi.
Dopo la cena, il giovane si recò nella sua stanza senza che si verificasse alcuna situazione spiacevole. Una volta lì, solo, entrò in preda di una straordinaria agitazione e fu del tutto incapace di prendere sonno. Estrasse un foglio ed iniziò a scrivere alla moglie pur di riuscire a calmarsi un po’. Nel silenzio generale si distingueva solo il raspio della sua penna, e l’unica luce dell’intera ala del maniero era forse quella del bicchiere d’olio sul suo tavolo. Di tanto in tanto si arrestava, tendendo le orecchie al rumore di passi che si avvicinavano alla sua porta, altre volte doveva alzarsi dal tavolo e camminare un po’ per dissipare la tensione. In ogni caso era ancora convinto che non sarebbe uscito vivo dal maniero e sarebbe morto quella notte stessa. Così aveva aperto la finestra per avere una occasione di finire la sua esistenza senza subire le atroci sofferenze riservate agli altri. Spesso, al sentire i sinistri rumori esterni, si ergeva su uno sgabello, tendendosi tutto per ascoltare meglio, e si approssimava alla stretta apertura per essere pronto a saltare fuori qualora qualcuno fosse entrato bruscamente. Fu in quella notte di inferno che il nostro redasse il racconto di ciò che gli stava capitando.
Al mattino seguente, ancora insonne, aveva già chiuso la lettera e stava attendendo notizie sulla sua sorte, quando un inserviente bussò alla porta dicendo che una vettura lo stava aspettando per accompagnarlo al villaggio dove aveva lasciato la sua scorta. La gioia e una preziosa speranza si impossessarono di lui. Probabilmente per la fretta di andarsene, o proprio per quella gioia e quella speranza di riuscirvi, nell’impacchettare i suoi beni, perse la lettera che aveva redatto durante le lunghe ore di ambasce notturne. Essa dovette presumibilmente scivolargli da una tasca del soprabito mentre lo indossava con grande foga.
Prima di andarsene il padrone di casa, assai mattiniero volle congedarsi da lui, e chiedergli se egli aveva capito cosa doveva riferire, a coloro che lo avevano mandato, in merito alle sue necessità e alla situazione bellica che da anni stava affrontando. Di certo il giovane annuì. Aveva perfettamente capito che Vlad non aveva bisogno di dire neppure una parola a nessuno, e che qualunque offerta di aiuto o proposta commerciale era o inutile o fuori luogo. Delle altre delegazioni non sarebbe tornato nessuno a casa, il messaggio era altrettanto chiaro nel silenzio della morte e della scomparsa, ma lui aveva il privilegio di poterlo riferire di persona.
Il giovane salì in carrozza reiterando al padrone di casa saluti così ridicoli da poter sembrare delle beffe, ma l’avvicinarsi della possibilità di andarsene da lì, lo rendeva euforico. Al congedarsi con tanta gratitudine, sentiva di essere addirittura sincero. Il padrone di casa accettava le dimostrazioni di rispetto sorridendo scaltramente, come se fosse del tutto consapevole dei pensieri e del terrore, delle speranze e della radice appassionata della sue frasi. La vita, la vita e il terrore lo facevano vibrare tutto!
Ma l'unico superstite era ancora nel castello, il luogo del terrore. Nella mente del giovane albergava e si riaffacciava di continuo l’idea che tutto quello non fosse che l’ennesima farsa, che di lì a poco sarebbe stato fermato, o lasciato andare solo per essere riacciuffato e impalato più lontano, magari dinanzi a chissà che genere di altri spettatori, che saranno impalati a loro volta e così via. Beffe su beffe contro il mondo intero e contro di lui e la sua artefatta impassibilità che aveva radici solo nel terrore e nell’egoismo di cui con disprezzo aveva parlato Vlad il giorno prima.
Ormai sentiva di non resistere oltre alla tensione e di essere a punto di perdere il controllo proprio come avevano fatto tutti gli altri, stava per cedere al panico e all’orrore giusto un attimo prima della salvezza. Fece un ultimo immane sforzo.
Così gli parve di vivere un sogno quando la carrozza superò a spron battuto i cancelli e si diresse di corsa verso la campagna infestata di cadaveri.
Ormai iniziando a credere davvero di essere vicino alla salvezza, il giovane ebbe quel crollo emotivo che aveva paura lo avrebbe sorpreso in presenza di Vlad. Ma ce l’aveva fatta, invece, chiuse tremante tutte le tendine del veicolo, per non dover più assistere agli orrori che lo circondavano e avrebbero continuato a tormentarlo per il resto dei suoi giorni. Chiuse tutto per bene per non far vedere a nessuno, vivo o morto, come singhiozzava e lacrimava per la fatica e la tensione della recita, durata tanto a lungo.
Nel terrore, mise le mani tremanti in tasca, cercando consolazione nell’amore di sua moglie e il sogno di riabbracciarla, per avere in pugno qualcosa che si riferisse a lei. Cercò i racconti che aveva redatto per lei e che non le avrebbe mai consegnato, semmai fosse riuscito a tornare. Non le avrebbe detto nulla, per non trascinala in quel folle e raccapricciante vortice di disumanità, ma non rinvenne lo scritto.
Di colpo una nuova e invincibile ondata di spavento si impossessò di lui. Non era ancora abbastanza lontano da sentirsi al sicuro, forse non lo sarebbe stato fino al rientro a casa. Iniziò a sudare, il tremolio delle sue mani aumentò, il panico lo invase, chiuso dentro a quelle fragili pareti di legno che gli ricordavano una cassa da morto. Ogni metro che procedeva in direzione di casa sua sperava che non fosse l’ultimo, quando di colpo la carrozza si fermò.   
Egli iniziò a respirare forte e ansimare, senza il coraggio di scostare la tendina per guardare fuori e sapere cosa stava succedendo. Estrasse il pugnale. Silenzio assoluto! C’è Vlad lì fuori, lo sente, coi suoi sgherri, con  funi e pali, che attende che lui faccia la prima mossa, che lo farà impalare e morire sulla radura in innumerevoli ore di agonia, lontano da tutti, senza più rivedere la sua amata. Si mise la lama sulla gola. Anzi, forse l’aveva fatta rapire e c’era lei là fuori, la sua amata, nuda, impalata, morta, o agonizzante. Iniziò a piangere, terrorizzato, per il panico, frenetico, non sapendo se scendere dalla carrozza e correre cercando di fuggire, o aspettare, o scostare la tendina per verificare che diamine stava succedendo, o magari cercare un’ultima volta di tirar fuori di nuovo la sua decisione virile e parlare col conducente ordinandogli perentoriamente di rimettersi in marcia, ma non ce la fa, non ce la fa più. Rimane immobile, teso, rigido fino a sentire dolore, piantando le mani sui lati opposti della cabina, curvo nell’abitacolo, senza poggiarsi sul sedile, come pronto a scattare, madido di un sudore gelido. Per minuti interi, rimane immobile, senza prendere una decisione. Alla fine trova il coraggio e si affaccia per vedere cosa succeda, senza essere visto dal conducente, cercando di non farsi notare. Nulla! Il cocchiere senza dire una parola riparte, più veloce di prima, correndo come un matto, senza che accada alcunché.
Al villaggio dove lo attendono coloro che lo avevano accompagnato, inizia a correre come un ossesso, vaneggiando costringe tutti a interrompere le loro partite a scacchi, e li fa partire immediatamente di gran carriera. È evidente a tutti quanto il poveraccio sia scosso, e viene assecondato. Durante il viaggio non riesce a calmarsi: o siede rigido e sudato in disparte, o inizia a tremare colto da uno strano malessere, blaterando che vorrebbe sempre far più in fretta. Parla di una lettera che ha perso e che se trovata lo metterà nei guai, che quello che ha visto non avrebbe saputo ridirlo, che la lettera non sa come l’ha persa, che ha avuto una gran fortuna, una gran fortuna, che quello beve il sangue. Frasi sconclusionate che parlano di impalamenti, filosofia, egoismo, guerra. E insiste e ridice mille volte le stesse cose, senza che nessuno capisca del tutto a cosa si riferisca, cosa voglia esattamente comunicare.
Devono essere vere tutte quelle storie sul quel posto, hanno fatto bene, loro altri, a dargli credito e a non credere a chi diceva che erano solo esagerazioni e leggende. Hanno fatto bene a tenersene alla larga, a rimanere comodi, nella loro osteria stamberga, a giocare e bere. Guarda quel poveraccio invece!
I suoi compagni cercano di rassicurarlo in ogni modo e di convincerlo che non si corre più alcun pericolo, ma lui non pare essere in grado di ascoltare o capire.

Epilogo.
Settimane dopo, di regresso a casa, alla vista della moglie, non riuscirà comunque a tornare in se. La abbraccia tremante e balbettando, senza essere comprensibile. Da lì in poi non riuscirà, per anni interi, a dormire con un minimo di tranquillità, né recupererà mai del tutto la facoltà della parola. Continuerà ad esprimersi sempre a fatica, bisbigliando e biascicando poche frasi timidamente e solo alla moglie. Le sue facoltà mentali, rimarranno sempre gravemente compromesse, i nervi non lo supporteranno più e parrà imbiancato e stanco come fosse già in età avanzata, pur essendo solo alla soglia dei trenta. Unicamente alla vista e in compagnia della consorte sarà visto con un minimo di serenità e sorridente. Ella, dal canto suo, gli sarà sempre fedelmente accanto, per il resto dei suoi giorni, senza abbandonarlo mai e riempiendolo di un amore e di una dedizione dei quali lui parrà in eterno infinitamente avido e dipendente.