lunedì 19 settembre 2011

DICHIARAZIONE D'AMORE

Si tratta di un pezzo che non amo particolarmente e che è stato redatto come prova e per definire alcune idee. Tocca in modo troppo confuso e impreciso oltre che un po' lambiccato temi da me già battuti, tuttavia lo pubblico perché trovo che ci siano alcuni spunti che potrebbero essere interessanti.


Quando bacio il tuo labbro pro. fumato, | cara fanciulla, non posso obbliare | che un bianco teschio v'è sotto celato. || Quando a me stringo il tuo corpo vezzoso, | obbliar non poss'io, cara fanciulla, | che vi è sotto uno scheletro nascoso.
(Igino Ugo Tarchetti 1867)

Siamo giunti al punto in cui dovrei dirti che mi piaci; vincendo ogni reticenza, timore di errare, dovrei dimostrare il desiderio di averti per me e sentirti vicina. Senza complicare le cose né esagerare, anzi, sobriamente, potrei lasciarmi andare in una prosodia vicina a una verità piuttosto piacevole. Certamente lo farei se non avessi pensato a lungo a tutto questo teatro di coppie e ciò che implica desiderare oggi un altro essere umano: un impari confronto con la perfezione di chi non ha carne. Ridotto all'osso potrei dire che mi attrai fisicamente, mi interessi mentalmente e ti vorrei per me. Con questo ci sarebbe ragione sufficiente per provare a stare insieme anche se non sentissi quel trambusto interiore demodè chiamato innamoramento. Sarebbe semplice, non sarei del tutto insincero. È la contemporaneità che complica le cose, la tecnologia che ormai ci ostacola, ci rende obsoleti; e inevitabilmente falsi.
Senti, sono stanco di tutta questa recita ambigua, e dell'estetica odierna, dei vestiti, delle cure e di questi ridicoli abbellimenti posticci che di nuovo, questa volta grazie a te, mi si palesano dinanzi. So che sei abituata a che ti dicano che sei una bellezza, ma guardandoti bene così imbellettata, a me pari una scimmia infiocchettata di raso, sei disonesta, ma anche autenticamente brutta e ridicola. Sono stufo di compiacere e favoreggiare, da complice coatto, quest'illusione “dell'autocoscienza” e che tramite essa ogni assurda pretesa estetica debba venire accolta, assecondata con bonaria rassegnazione, ogni sofferenza o disagio evitato. Per quanto fingeremo ancora? Essa, la coscienza di sé, non è ragione sufficiente per mistificare la realtà, darsi tutta questa importanza, privilegiarsi tanto, in modo così univoco ed esagerato. Pare una scusa! Perché semmai il pensare, il sentirci vivi, questo scemo, sterile rigirare sé in sé stessi ed esserci, per cui tanto ci pavoneggiamo tra l'indifferenza gelida di un universo sordo, condurrebbe proprio a svelare e tacciare di falso una volta per tutte quell'istintivo e testicolare autocompiacimento che, distanziandoci dalle bestie e, prima ancora, assai disonestamente, conferendo dignità anche a quelle, fa di ogni essere semovente una sorta di ammirevole e speciale oggetto di autodevozione e stupore. Non si tratta di te! Tra noi bestie non sei male! Vuoi sentirtelo dire. Non ricattare col disappunto, con la permalosità. Siamo tutti sulla stessa barca, tu non sai cosa vedo allo specchio, non puoi pretendere di essere speciale. Sì, forse all'inizio è un tanto imbarazzante ammetterlo, ma non mi sento certo diverso dalla sintesi bruta di pietanze assunte quotidianamente: un bel po' di grano e porco, quintali di bue, decine di migliaia di uova, bevande isotoniche o luppolate etc., tutto mescolato e ammassato insieme per andare a dire qualche parola insensata, fare rumore e rompere i coglioni al mondo intero con lagne o pretese, provocando disgusto o pena, sovente inespressi. Non la si finisce più di romperci le palle a vicenda, tra noi e a tutto il resto, fino a che all'unisono i consociati e forse l'universo intero non vedono l'ora che crepiamo e che si torni ad essere quello che sì è sempre stati, ma finalmente e di nuovo, in silenzio: un pezzo di sterco terreno che però almeno sta zitto, fango. Taci! Ascolta! È penoso l'essere arrivati a descriverci come angeli, l'aver inventato questo assurdo concetto pur di trovare il modo di paragonarci, in estrema mala fede, a qualcosa di diverso da un pezzo di filetto o un timballo ambulante che deteriorandosi va perdendo grumi di carne a ogni passo: cellule morte, saliva, sudori caldi o freddi, capelli, vello e peli, unghie, cere. L'intero mio materiale che mi forma sarà stato riciclato già chissà quante volte su questa crosta di stella, avendo già assunto chissà quante forme, stato chissà quanti animali, piante, uomini, lodo di chissà che posti: pomodori del sud Italia, verdure che procedono dall'Asia o dall'India, prosciutti spagnoli, nocciole piemontesi, vermi e larve, mosche e batteri, lanzichenecchi o scimmioni primitivi, di sicuro esplosioni nucleari di un antico astro. Nemmeno io sono più quello che ero anni fa e chissà cos'altro sarà, dopo esser transitato per me che da stupido ho istintivamente sentito di appartenere a me stesso in modo esclusivo. Siamo tutti di seconda, terza, indefinita mano, i nostri antenati veri sono mica quei pazzi che hanno copulato accettando il rischio demenziale di farci stare qui, ma tutte le cose o persone che ciascuno dei pezzi che ci compongono sono già stati. Magari qualche mio atomo ha già fatto parte del corpo di un brutale vichingo che ha violentato una monaca in un convento del primo medioevo, o erba che è stata calpestata da una capra sui monti, poi inghiottita. Immaginare ogni opzione ti fa senso? Essere stati altri ti fa tremare il ventre? Avevo già in mente che non fossi sincera, ometti, menti, parli tanto ma taci ora! Fai finta di essere diversa da una bisaccia di pelle piena di orrori maleodoranti, menti pure a te stessa fingendo di confidare nella passeggera giovinezza e dissimulando l'inevitabile con tutte queste cure, cremine e vestitini. Stiamo qui a parlare e far finta di piacerci a sufficienza solo per necessità, per spinta chimica. Simo costretti dalla ricerca del piacere ad essere indulgenti con noi stessi, a far finta di accettarci. Per carità! Continuiamo pure! Non c'è alternativa per il momento, ma si intravede il nuovo cammino forse. È questo che ora mi complica le cose, un tempo esistevano solo le statue. No, per quanto ci si impegni a curare il corpo, a far finta di non emanare odori spiacevoli, dissimulando come fai tu, e noi tutti oggi, specialmente le donne, che parete fingervi estranee anche alla defecazione, non saremo mai di quella eterea porcellana finissima di cui son fatti quei miti digitali, così eleganti, seppur bidimensionali così perfetti, lindi, ma eccitanti. Loro sono i veri esseri umani, o almeno quelli amati, con loro dobbiamo raffrontarci in una lotta impari. Loro che non sentono, non vedono, non esistono nemmeno come tali, miti inconoscibili a loro stessi e algidi, dei sordo-ciechi concupiti, non sanno di esistere, non dicono nulla, non hanno contenuti, sensibilità. Catturati e sorti in un istante per artificio tecnico, da materiale di scarto come il nostro, ma poi sublimati con ritocchi al computer a puro oggetto di feroce e definitiva brama sessuale, libido senza dolori, acciacchi. Questa è la vera alchimia! Oggi sì che si fa del piombo, oro! Meglio, dello sterco, angeli! Questi sono gli esseri che ci piacciono, non noi stessi: non io a te, non tu a me. Nel caso ci fosse ormai un dubbio: siamo ripieghi, perché ancora non posso penetrare la carta o lo schermo con sufficiente soddisfazione sessuale, ma quelli sono i corpi che ci eccitano oggi, i punti di riferimento estetici, erotici. Oggetti di desiderio privi di parola, concetti, contenuti, privi di tutte quei lagnosi, superflui orpelli che di rado si osa chiamare col loro nome. Quelle noiose e petulanti baggianate che facciamo finta ci interessino tanto. Si fa per ipocrisia, per costume, per non dover sentire dagli altri dirci quello che anche noi per gli altri davvero sentiamo e per darci la preoccupata ermetica illusione di essere ciascuno di noi il peggiore degli esseri umani, senza al contempo correre il rischio che l'onesta nostra esplicitazione della verità nella reticenza altrui ci releghi, nel dubbio della sua insincerità, tra gli ultimi, i più perfidi e cinici della nostra razza. Ormai forse dovremmo liberarci di uscite a due come queste, roba da preistoria, e affrettarci a sviluppare sistemi tecnologici per raggiungere il massimo grado di soddisfazione sessuale, magari potenziato da droghe e farmaci, un raffinato onanismo dinanzi a scenari virtuali che conceda piaceri di intensità sconosciuta all'umanità pregressa. Non ci sono sacrifici di sorta da compiere per ottenere tali benefici se non vincere quella stolida paura verso l'edonismo. Sono contrario alla riproduzione, ma a chi voglia perseverare nel credere che esistere sia un bene rimarrà il rimedio della fecondazione in vitro per tirare a campare. Eppure sono pressoché sicuro che una volta spostato il piacere sessuale nel suo autentico campo, finalmente raggiungibile grazie alla tecnica -quello dell'onanismo virtuale- la menzogna della scelta, proposta come virtuosa, della perpetuazione della specie umana e della copula come strumento per assolvere a tale obiettivo, si svelerà. I nati non sono che un danno collaterale del voler raggiungere un orgasmo, spostato quello da un'altra parte, alla buon ora, non nascerà più nessuno. Ed ora che fare? Che rimane a noi due se non quel datato baciare labbra sotto cui sappiamo nascondersi qualcosa di molto più deludente che solo un teschio?

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